Il venerdi nero della minoranza
Una seduta di consiglio comunale da dimenticare, quella di
venerdi 30, per il gruppo “Uniti per Recale”, messo
al tappeto da due scivoloni consecutivi.
Il primo si è verificato sulla nomina del rappresentante
della minoranza nell’Unione dei Comuni “Appia”
in sostituzione di Ciro Rossi, uscito dal consiglio comunale
dopo che il tribunale ha
reintegrato Filiberto Gianoglio.
Gianoglio, candidato designato dalla minoranza, è stato
travolto a sorpresa da Ovidio Gadola, che ha intercettato alcuni
voti della maggioranza, risultando eletto per 7 voti contro
4. Gli sconfitti hanno reagito protestando che la maggioranza
non aveva il diritto di ‘intromettersi’ nella nomina
del rappresentante dell’opposizione e lamentando una violazione
dei diritti della minoranza.
Francamente, ci sembra un’argomentazione piuttosto astratta
che non affronta il vero problema politico: se la volpe riesce
a entrare nel pollaio, la colpa è di chi lo ha lasciato
aperto.
Il dott. Gadola, neo-rappresentante della minoranza nell’Unione
“Appia”, non è l’ultimo arrivato: è
un politico dalla lunga
e variegata esperienza, ed è anche il politico che
nella recente tornata amministrativa ha accettato di fare ‘un
passo indietro’ per consentire la candidatura a sindaco
di Patrizia Vestini e per dare alla lista ‘Uniti per Recale’
un’opportunità di vittoria in più. Questa
mossa, unita al risultato elettorale che lo ha visto primo degli
eletti della minoranza, lo qualificava come il candidato naturale
per quell’incarico.
Noi non sappiamo quali segrete trattative abbiano orientato
su un nome diverso la scelta del gruppo di minoranza (un gruppo
che, sia detto per inciso, mostra una singolare predilezione
per l’isolamento, riuscendo egregiamente a chiudersi a
qualsiasi confronto); tuttavia, ci sembra una grossolana ingenuità
pensare che la maggioranza avrebbe rinunciato ad inserirsi nella
spaccatura creata da una scelta non condivisa da tutto il gruppo
per volgerla a proprio vantaggio.
Certo è che, lasciata aperta la porta del pollaio, non
resta che prendersela con la volpe.
Il secondo scivolone si è verificato sull’insidioso
terreno del Piano Urbanistico Comunale, le
cui vicende abbiamo ampiamente documentato.
Si trattava di votare, su richiesta della minoranza, l’annullamento
delle delibere di adozione del PUC che la provincia aveva giudicato
illegittime. Poiché era immaginabile che solo in stato
di ebbrezza la maggioranza avrebbe votato per l’annullamento,
le delibere sarebbero state confermate con una votazione cui
aveva partecipato anche la minoranza, offrendo paradossalmente
quella legittimità numerica che finora è sempre
mancata.
Per fortuna, la minoranza si è accorta in tempo della
tagliola in cui si stava infilando nella foga di tender trappole
sul percorso del PUC, ed ha potuto battere in ritirata rinunciando
alla votazione ed annunciando il ricorso al TAR contro le delibere
in questione. Il fatto singolare è che nei giorni scorsi
proprio la maggioranza guardava al tribunale amministrativo
come strada per sbloccare l’impasse dello strumento urbanistico
(Il Giornale di Caserta, 16 novembre 2007).
Questo ci induce ad una riflessione. Nelle Conferenze di Servizi
che si sono susseguite da giugno ad oggi, e nell’attività
consiliare di questi mesi, ci si è limitati a discutere
della legittimità procedurale di un’adozione viziata
dal numero insufficiente dei consiglieri liberi da incompatibilità.
Tuttavia, nella verifica di compatibilità del 15 maggio
2007 che dichiara improcedibile il PUC, il settore urbanistico
della Provincia di Caserta, esaurite le questioni di legittimità
procedurale, sostiene che «...volendo accettare il
dato più favorevole all’amministrazione comunale
[...] si ritiene che il fabbisogno di nuovi vani per il 2016
possa considerarsi di 570 vani.»
rispetto ai 2.867 previsti dal piano! (e più
oltre chiede che il Comune fornisca chiarimenti sull’attività
urbanistica nel periodo 2001-2006, in cui risulta che il Comune
«...avrebbe autorizzato la realizzazione di circa
600 vani»)
Comprendiamo benissimo come la maggioranza abbia interesse
a rinviare a tempi migliori la discussione nel merito di questa
valutazione: qualunque cosa ci riservi il futuro politico, sarà
meglio che dover annunciare il taglio di oltre duemila vani,
pegno elettorale su cui si fonda l’amministrazione Porfidia.
Comprendiamo meno la reticenza della minoranza. A tutt’oggi,
al di là delle violente (e sacrosante) denunce del carattere
speculativo del progetto di piano, non è chiaro come
si pone la minoranza rispetto al dimensionamento: accoglie la
valutazione della provincia? propone soluzioni intermedie? Limitarsi
a sostenere che il PUC è illegittimo e va rifatto daccapo
svuota di senso politico l’azione dell’opposizione,
riducendola a mero querelante in una lite giudiziaria e scoprendo
il fianco all’accusa di voler semplicemente impedire l’adozione
dello strumento urbanistico.
Se questa posizione può raccogliere il consenso di quanti
sono stati esclusi dalla torta del PUC, rischia di essere incomprensibile
per i tanti cittadini che ripongono nell’adozione di un
piano la speranza di ottenere quei servizi di cui la nostra
cittadina è drammaticamente priva.
Nell’impasse che blocca l’adozione, affrontare nel
merito le obiezioni della provincia può essere il modo
per rimettere in discussione la qualità dell’intervento
urbanistico, per formulare una proposta in cui, accanto a una
ragionevole crescita, si trovi spazio per la domanda di servizi,
spazi verdi, piazze, parcheggi...
Ci auguriamo che la minoranza sappia cogliere questa occasione
e recuperare capacità di iniziativa e di proposta: altrimenti
ci toccherà assistere al deludente spettacolo che vede
maggioranza e opposizione unite nel ricorso.
diesserecale, 2 dicembre 2007