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Ritorno nella mia Campania,
una terra condannata a morte
di Antonella Palermo
Più che servizio
pubblico un servizio d’ordine
di Marco Travaglio
Nel giorno del Pd
di Furio Colombo

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Piersilvio Airways
di Marco Travaglio
Quand’erano
un filo più giovani, i due figli di primo letto Marina e Piersilvio
servivano al Cainano per giurare il falso sulle loro povere teste. Ora
che son cresciuti, vengono adibiti agli usi più disparati.
C’è da sistemare una precaria? Che problema c’è,
se la sposa Piersilvio (il poveretto non viene nemmeno consultato sui
suoi gusti sessuali). C’è da salvare l’Alitalia?
Ghe pensi mi, «ci sono i miei figli pronti a rilevarla, insieme
a Toto e Banca Intesa». Purtroppo Toto ha già perso la
sua chance.
Mentre Banca Intesa, non avendo legami di parentela con la famiglia
Berlusconi (ma solo cospicui crediti con Forza Italia e con Toto), ha
subito smentito. I due incolpevoli pargoli, invece, non osano nemmeno
fiatare.
Del resto papà lo conoscono bene: lui le spara così, a
raffica, come gli vengono. Infatti, col venir meno della banca, nonno
Silvio fa presente che «la cordata è sempre pronta»,
ma c’è una piccola postilla: bisogna trovare qualcuno che
metta i soldi, che sarà mai. Di qui l’idea geniale: il
governo Prodi potrebbe lanciare un «prestito ponte», prelevandolo
dalle tasche dei contribuenti, per finanziare l’operazione. In
Europa si ride di gusto, visto che le regole comunitarie vietano gli
aiuti di Stato. Ancora qualche ora e il Cainano dirà di essere
stato frainteso dai soliti comunisti.
Peccato, però, che sia finita così. Intanto perché
una compagnia aerea denominata «Piersilvio Airways» («Air
Marina» avrebbe ingenerato equivoci col trasporto nautico) non
avrebbe guastato affatto, in alta quota. Poi perché il conflitto
d’interessi berlusconiano languiva da qualche anno sulle solite
cosucce tipo tv, giornali, radio, portali internet, banche, assicurazioni,
calcio, cinema, processi penali, insomma poca roba. Inglobare anche
una compagnia di bandiera nel gruppo del futuro premier avrebbe conferito
al conflitto d’interessi un frizzante tocco di novità,
al punto che persino Uòlter, forse, avrebbe dovuto occuparsene.
Ma l’operazione Piersilvio Airwaiys avrebbe giovato soprattutto
per un terzo motivo: avrebbe inaugurato una nuova via tutto italiana
al «fare impresa». Un tizio, uno a caso, mettiamo Berlusconi,
diventa presidente del Consiglio nel 2001 e si incarica di mandare definitivamente
a picco un’azienda pubblica già cagionevole di salute.
Per essere sicuro che non ne resterà più traccia, la affida
nelle mani sicure della Lega e di An, che ci giochicchiano per l’intera
legislatura con i loro leggendari supermanager. Si comincia con l’ex
deputato leghista Giuseppe Bonomi, promosso presidente di Alitalia e
rimasto celebre per aver sponsorizzato i mondiali di equitazione indoor
salto a ostacoli, ad Assago (Milano), dove lui stesso si esibì
in sella al suo cavallo baio. Poi Bonomi viene spedito alla Sea (Linate
e Malpensa) e ad Alitalia arriva un fedelissimo di Fini: Marco Zanichelli.
Ma subito Tremonti litiga con Fini: «Giù le mani da Alitalia,
non c’è più una lira». Zanichelli, preso fra
le risse di potere del Cdl, se ne va dopo appena 70 giorni, rimpiazzato
dall’ottimo Giancarlo Cimoli, che aveva già fatto così
bene alle Ferrovie. Il tempo di scortare la compagnia verso il burrone,
poi anche lui leva il disturbo, con una modica liquidazione di 5 milioni
di euro.
A quel punto, affondata la flotta, il Cainano se ne va in ferie per
un paio d’anni. E al suo posto arriva gente seria, come Prodi
e Padoa Schioppa che tentarono di riparare ai guasti suoi. Quando ce
la stanno per fare, trovando Airfrance interessata a rilevare un bidone
che brucia 1 milione e ha perso 15 miliardi in 15 anni, riecco l’Attila
di Arcore che, travestito da Buon Samaritano, tenta di sabotare la trattativa
con l’aiuto consapevole di Bobo Formigoni, Bobo Maroni e Morticia
Moratti e l’aiuto inconsapevole dei soliti sindacati miopi. Dice
che compra tutto lui, anzi «i miei figli», più il
celebre Toto, naturalmente coi soldi degli altri: o delle banche, o
dello Stato. Perché lui, com’è noto, è un
imprenditore che si è fatto da sé, e anche un vero liberale.
Una compagnia della buona morte talmente inguardabile che perfino Bonomi,
da Malpensa, prende le distanze e, sotto sotto, si tocca. Basti pensare
che come rivelava ieri sulla Stampa Minzolini sul caso Alitalia
il consigliere più ascoltato di Berlusconi è il deputato
forzista Giampiero Cantoni, già presidente craxiano della Bnl,
più volte inquisito e arrestato, dunque titolare delle giuste
credenziali per occuparsi della faccenda: per esempio, un patteggiamento
di 11 mesi di reclusione per corruzione (con risarcimento di 800 milioni
di lire) e un altro di 13 mesi per concorso in bancarotta fraudolenta
del gruppo Mandelli. Un esperto. È la via berlusconiana al risanamento.
Chi si chiama al capezzale di un’azienda dalla bancarotta? Un
bancarottiere. Per dargli un’altra chance.
Marco Travaglio, da Uliwood party, 20 marzo 2008

Ritorno nella mia Campania, una terra condannata
a morte
di Antonella Palermo
Eccolo.
E non so neanche più se è puzza. Te lo senti arrivare
direttamente nello stomaco e il naso non t'ha avvisata perché
tanto quest'odore strano lo riconosci e sai che è tuo, ormai
è l'humus della tua terra che quando ci sei neanche l'avverti
più e che ti accoglie prima di arrivare al casello dell'autostrada.
Bentornata a Caserta. Ci sono mancata una settimana, e non mi è
mancata. Torno e per strada ci sono gli studenti che vogliono sapere
dai comuni perché non si fa la differenziata. Non cammino sul
marciapiede perché non c'è e non so se l'hanno tolto o
ancora sta lì chiedendo pietà di questi chissà
quanti chili di rifiuti che mi accompagnano per decine di metri. E comunque
non lo vedevo neanche prima di una settimana fa ma non mi ero accorta
che camminavo in mezzo alla strada. Oggi cammino e mi costringo a guardare,
perché non lo facevo più e non so se mi ero abituata a
non guardare o non guardavo per non abituarmi. E mi sono vergognata
perché è stato come quando giri lo sguardo e giochi con
lo stereo della macchina per non guardare lo storpio al semaforo. Provo
a contare i sacchetti ma il passo è più veloce e l'occhio
non ce la fa. E poi dovrei contare i sacchetti interi e quelli ormai
rotti dai cani e dai topi, e poi quella verdura andata a male dell'ortolano
del negozio cinquecento metri più avanti non sta nel sacchetto
e come la conti. E chissà se quel pacco del panettone c'è
mai stato, nel sacchetto. Riconosco il verde arrugginito del cassonetto
che fa capolino. E quell'altro pezzo di ferro non so se è lo
spigolo di una lavatrice o di un frigorifero sbattuto di casa mentre
vomitava cibo avariato.
Torno a casa e mia madre sbraita che c'è
la bolletta della Tarsu da pagare e lei quei soldi non è che
non li vuole pagare ma li vuole dare direttamente a qualche ditta privata
che l'immondizia viene e se la prende. Non voglio sentire, accendo la
tv ma è uguale perché parlano dell'emergenza rifiuti in
Campania. Evviva. Ora c'è un nuovo commissario e poi apriranno
le discariche ma ci sono le proteste e protestano pure da fuori regione
epperò c'è chi ricorda che il nord ce li ha mandati i
suoi rifiuti tossici qui da noi. Evviva. Eppoi tra poco i poteri torneranno
ai Comuni e ognuno deciderà il suo piano con tanto di differenziata,
impianti di compostaggio e il termovalorizzatore o il gassificatore
a seconda dei gusti. Evviva. Meglio la De Filippi che almeno parlano
d'amore e invece era un calesse che porta in discoteca senza schivare
rifiuti. Io vivo in campagna perché mio padre non voleva lo smog
della città. E attorno a me palazzi non ce ne sono ma c'è
il tabacco che sta per crescere e poi si raccoglie d'estate. Se il fumo
fa male, non so quanto male faccia il fumo coltivato con la diossina.
Ma tanto c'è di peggio e chi fuma almeno lo sa e lo legge pure
sul pacchetto, anche se non c'è la provenienza del tabacco. Ora
fanno così le arance, epperò scrivono che sono spagnole
che prima non le voleva nessuno e ora le vogliono tutte. Io mangio quelle
del mio giardino ma se ci penso voglio quelle spagnole anch'io. La camera
di mio fratello ha vista su Lo Uttaro. È una delle zone che ha
ospitato una discarica al posto della bonifica che doveva già
essere stata fatta anni fa ma l'anno scorso è stata promessa
in cambio dell'ultima discarica. Ora la magistratura ha chiuso tutto
perché non si sa cosa si sversava lì dentro e la bonifica,
intanto, chissà.
In Campania non c'è solo il commissario
per l'emergenza rifiuti. C'è anche quello per il ciclo delle
acque e quello per le bonifiche. A ciascuno il suo. Come se queste cose
andassero ognuna per conto suo. E mi domando cosa potrà mai inventarsi
la struttura commissariale per le bonifiche, per bonificare questo territorio.
In giardino ho le mele, le pere, i fichi per l'estate, i mandarini,
le arance e i cachi. E d'estate ci sono anche i peperoncini, quelli
verdi piccoli che si fanno fritti. Così mangiate cose naturali,
non le cose comprate al supermercato che chissà che ci mettono
dentro, diceva sempre la saggia nonna contadina. Ai tempi suoi era così.
Ai tempi miei questa terra è condannata a morte e nessuno lo
dice veramente. Perché come si fa a dire ad una regione intera:
basta così, qua per dieci anni almeno non si pianta più
nemmeno un pomodoro o una patata perché questa terra fa schifo
e l'abbiamo ridotta così tutti noi, i politici, le ecomafie e
tutti quanti abbiamo chiuso un occhio o tutti e due.
Però adesso le cose cambiano. Evviva.
Da Acerra le pecore tremanti e moribonde per colpa della diossina hanno
fatto il giro delle tv, il pastore le alzava e quelle cadevano. È
morto di tumore pure il pastore. Io ho paura. Ho paura perché
mi posso ammalare e si possono ammalare tutti attorno a me. E le statistiche
sull'incidenza tumorale qui sono fatte in casa, nel senso che ogni famiglia
c'ha di che raccontare e piangere. Quanti "tagliandi" dovremmo
farci noi di questa terra che è maledetta per colpa degli uomini
e non del destino? Quanto e cosa abbiamo respirato e ingoiato e noi
giovani e i nostri figli quanto condannati siamo? E io mi accendo una
sigaretta. E speriamo che me la cavo.
Antonella Palermo da Liberazione
del 15 gennaio 2008

Più che servizio pubblico un servizio
d’ordine
di Marco Travaglio
Chapeau.
Nemmeno il più demonizzatore, il più accanito antiberlusconiano
poteva immaginare la meticolosità, la scientificità, la
capillarità del controllo esercitato su ogni minuto, ogni minimo
dettaglio di programmazione Rai dagli uomini Mediaset infiltrati da
Silvio Berlusconi nel cosiddetto "servizio pubblico". Intendiamoci:
la fusione Rai-Mediaset in un'indistinta Raiset al servizio e a maggior
gloria del Cavaliere si notava a occhio nudo e questo giornale, da Furio
Colombo in giù, l'ha sempre denunciato. Ma le intercettazioni
della Procura di Milano, disposte nell'inchiesta sul fallimento del
sondaggista del Cavaliere, Luigi Crespi, e pubblicate da Repubblica
dimostrano oltre ogni ragionevole dubbio la privatizzazione della Rai
da parte della "concorrenza" e la sua trasformazione in una
succursale di Mediaset.
Da sette lunghi anni, cioè da quando Berlusconi torna al governo
e occupa militarmente Viale Mazzini, la Rai è cosa sua, un feudo
privato da usare per blandire gli amici, manganellare i nemici, ammonire
gli alleati appena un po' critici, ma soprattutto per celebrare le gesta
del Capo. Tacendo le notizie scomode, enfatizzando quelle comode, parlando
solo di quel che vuole Lui. Non c'e voluto molto per ridurre quella
che fu la prima azienda culturale d'Europa e alfabetizzò l'Italia
in una miserabile Pravda ad personam: è bastato sistemare una
dozzina di visagisti, truccatori e politicanti berlusconiani nei posti
giusti e lasciarne molti di più sulle poltrone precedentemente
occupate.
Intanto venivano cacciati i Biagi, i Santoro e i Luttazzi, poi le Guzzanti
e gli altri della seconda ondata, incompatibili col nuovo corso. Ma
non perche fossero "di sinistra". Perche sono fior di professionisti:
con due o tre programmi ben fatti avrebbero rovinato tutto. Se qualcuno
chiama per pregarli di nascondere i dati delle elezioni amministrative
per non far soffrire il Cavaliere, quelli mettono giù («uso
criminoso della televisione pagata coi soldi di tutti»). I rimasti,
invece, obbediscono ancor prima di ricevere l'ordine.
Si spiegano cosi non solo le epurazioni bulgare
e post-bulgare, ma anche lo sterminio delle professionalità,
soprattutto nella rete ammiraglia di Rai, affidata (tutt’oggi)
al fido Del Noce: uno che, oltre ad aver epurato Biagi, è riuscito
a litigare persino con Baudo, Arbore, Frizzi, Carrà e Celentano.
Chi ha idee e talento ha più seguito, dunque e più libero
e meno censurabile, ergo inaffidabile. I superstiti, invece, sono pronti
a qualunque servizio e servizietto.
Il Papa sta morendo e il Ciampi prepara un messaggio a reti unificate?
Anzichè preoccuparsi che la Rai copra la notizia meglio della
concorrenza, i dirigenti berlusconiani pianificano una degna uscita
mediatica del Capo, onde evitare che il Quirinale lo oscuri. IL Papa
muore proprio alla vigilia delle amministrative, distraendo gli elettori
cattolici dal dovere di correre alle urne per votare il Capo? Si organizza
una serie di "programmi che diano alla gente un senso di normalità,
al di la della morte del Papa, per evitare forte astensionismo alle
elezioni amministrative". Più che un servizio pubblico,
un servizio d'ordine.
In cabina di regia c'è la signorina Deborah Bergamini, detta
"Debbi", gia assistente del Cavaliere, da lui promossa capo
del Marketing strategico della Rai, mentre Alessio Gorla, già
dirigente Fininvest e Forza Italia, diventava responsabile dei Palinsesti.
Al resto pensavano i servi furbi. Mimun, si sa, era in prestito da Mediaset,
dov'è poi morbidamente riatterrato. Non c'è neppure bisogno
di dirgli il da fare, lo sa da se. E poi - assicurano Debbie Delnox
- fanno "gioco di squadra con Rossella" (Carlo, direttore
di Panorama, molto vicino al presidente dunque alla Rai). Anche Vespa
non ha bisogno di suggerimenti. Del Noce telefona a Debbie per avvertirla
che "Vespa ha parlato con Rossella, accennerà in trasmissione
al Dottore (Berlusconi ndr) a ogni occasione opportuna". Qualcuno
gli suggerisce che Bruno potrebbe "non confrontare i voti attuali
con quelli delle scorse regionali per mascherare meglio la disfatta
del Capo", o di "fare più confusione possibile per
camuffare la portata dei risultati". Ma poi si preferisce lasciare
libero di servire come meglio crede, perche giustamente la Debbi dice
: "tanto Vespa è Vespa".
Ogni tanto c'e un problema: Mauro Mazza, troppo amico di Fini per piacere
a Forza Italia, fa prima serata di Rai 2 sulle elezioni. Bisogna spostarlo,
perchè quello magari i dati non li nasconde. Idea geniale: Deborah
parla con Querci "chiede di mettere una cosa forte in prima serata
su Canale 5", così la gente guarda quella e lo speciale
di Mazza non se lo fila nessuno. Del resto è un'abitudine, per
lei, concordare i palinsesti con Mediaset: più che del Marketing
della Rai, è la capa del Marketing di Berlusconi. Infatti, ancora
commossa, commenta così i funerali di Giovanni Paolo II: "Berlusconi
e stato inquadrato pochissimo dalle telecamere". Si sa com'e fatto
il Cavaliere: "Ai matrimoni - diceva Montanelli - vuol essere lo
sposo e ai funerali il morto".
In tutti questi anni, mentre ogni inquadratura di ogni telecamera di
ogni programma diurno e notturno di Raiset veniva controllata dai guardaspalle
del Padrone, chiunque si azzardasse anche soltanto a ipotizzare che
questi signori lavorassero per il re di Prussia, anzi di Arcore, veniva
zittito dai "terzisti" e dai "riformisti" come "demonizzatore"
e "apocalittico" animato da "cultura del sospetto",
incapace di comprendere che le tv non contano per vincere le elezioni;
anzi, a parlar male di Berlusconi si fa il suo gioco. Poi veniva querelato
e citato in giudizio per miliardi di danni dai Del Noce e dai Confalonieri,
sdegnati dalle turpi insinuazioni sulla liaison Rai-Mediaset nel paradiso
della concorrenza e del libero mercato.
Dirigenti come Loris Mazzetti e Andrea Salerno, rei di aver chiamato
censure le censure, sono stati perseguitati dall'azienda con procedimenti
disciplinari. L'ultima e piovuta su Mazzetti,per aver partecipato ad
Annozero e detto la verità sull'epurazione del suo amico Biagi.
Salerno, già responsabile della satira per Rai3 quando c'era
ancora la satira, ha preferito togliere il disturbo. Intanto Confalonieri
non si perdeva una festa de l'Unità e le quinte colonne berlusconiane
facevano carriera in Rai, tant'è che sono ancora tutte lì:
Del Noce a Rail, Bergamini al Marketing, Vespa a Porta a porta. Tutti
straconfermati dalla "Rai del centrosinistra".
Ora si spera che, oltre alla solita "indagine interna", fiocchino
i licenziamenti per giusta causa, (con richiesta di danni per intelligenza
col nemico) almeno per chi ha lasciato le impronte digitali nello scandalo,
come accadrebbe ai manager di qualunque azienda sorpresi ad accordarsi
con la concorrenza. Ma, onde evitare che la scena si ripeta in un prossimo
futuro, licenziare i servi di Berlusconi non basta. Occorre una vera
"legge Biagi" (nel senso di Enzo) per cacciare per sempre
i partiti dalla Rai e stabilire finalmente l'ineleggibilità dei
proprietari di giornali e tv. Sempre che, si capisce, la cosa non disturbi
"il dialogo per le riforme". E ora, consigli per gli acquisti.
Marco Travaglio, da l'Unità
del 22 novembre 2007

Nel giorno del Pd
di Furio Colombo
Tutto
o niente. È in questo paesaggio aspro e quasi privo di vie d’uscita
che nasce il Partito Democratico sabato 27 ottobre a Milano, nel padiglione
16 della Fiera, Prodi sul palco che parla del presente, Veltroni del
futuro. Due discorsi esemplari. Ma adesso viene il fare.
Tutto o niente. Qui nessuno può restare
a mezz’aria e farsi giudicare «così così»
o «non male». Questa è la scommessa finale per quella
parte democratica e antifascista di italiani che hanno accettato di
arrivare fin qui. Tutto vuol dire fare differenza nella vita e nella
politica. Tutto vuol dire che niente può restare come adesso,
un tempo fermo e pericoloso. Alla fine della giornata di nascita del
Partito democratico vi sono state amarezze, dissensi, contraddizioni.
Almeno così ha fatto sapere Rosy Bindi, con alcune ragioni politiche
(le sue), con alcune ragioni che suonano vere.
Eppure non ci sarà un secondo appello e neppure una uscita di
sicurezza. Questo non potrà essere un percorso esitante. Anche
per chi si dichiara per prima cosa moderato, non c’è niente
di moderato nel senso di cauto, di limitato, nel senso di «un
po’ più, un po’ meno». Questa volta è
tutto o niente, perché la politica rischia di finire qui, l’antipolitica
è brutale, la scena è ingombra di macerie del berlusconismo
che non finisce e delle macerie di un’altra Repubblica, che nessuno
ha ancora spazzato. Anzi è in corso un recupero celebrativo di
salme, di nomi, di riti, fascismo incluso.
Il cumulo delle delusioni è grandissimo, il compito è
quasi impossibile. Cancellare tutto come su una lavagna, per cominciare
da capo. Si può fare?
Io qui racconto un primo giorno di vita, un po’ l’ho vissuto
e un po’ me lo invento. Lo faccio come si fa, decenni dopo, con
certi eventi della storia. Lo faccio per mettere insieme fatti veri
e speranza, attesa e promessa, ciò che è accaduto e ciò
che vogliamo che accada.
* * *
È una sala vasta quella in cui è
nato, sabato 27 ottobre a Milano il Partito Democratico che ha proclamato
segretario Walter Veltroni, dopo il discorso di Prodi. È una
folla molto grande questa assemblea di migliaia di persone, che certificano,
confermano, annunciano. Non è una festa. È un incontro
di emergenza. Infatti non c’è nessuno, qui dentro, che
non si renda conto che stiamo ancora camminando al buio lungo un percorso
incerto di cui non siamo in grado di inventariare e misurare i formidabili
ostacoli.
Ciò che hanno detto Prodi e Veltroni i lettori lo sanno o lo
leggono in questo stesso giornale: sopratutto hanno detto di sapere
bene da che punto stiamo partendo. È un punto di pericolo. Hanno
detto con chiarezza dove tentiamo di andare. C’è fervore,
passione, c’è la piena persuasione di fare la cosa giusta
un momento prima che sia troppo tardi. Il dove andare è semplice
e immensamente difficile: una normale repubblica democratica libera
dalle lobby degli affari e dei gruppi di interessi, libera dal governatore
miliardario che, con la forte persuasione della sua ricchezza, è
impegnato in una frenetica campagna acquisti di pezzi della Repubblica,
dovunque l’acquisto possa produrre squilibrio e danno. Questo
lo aggiungo io. Sto dicendo ai lettori lo spirito, l’impegno,
la motivazione con cui ho partecipato alla giornata di Milano, che è
la stessa con cui, nelle primarie, mi sono unito alla «sinistra
per Veltroni». C’è un’Italia pulita che ha
eletto Prodi, poi ha scelto Veltroni, e che vuole continuare a tenere
indietro l’Italia illegale, anzi a permettere che si espanda l’Italia
legale, rimuovendo il blocco elettorale, il blocco mediatico, il blocco
del continuo flusso del voto di scambio, il blocco dell’ uso ridicolo
o sprezzante delle istituzioni, il blocco degli interessi di alcuni.
Questo non vuol dire che l’Italia dei cittadini sia spaccata alla
maniera desiderata da Berlusconi e - in una certa misura - imposta dai
suoi sottopadroni, dai suoi giornalisti, dai suoi giornali (anche qui
non c’è una demarcazione precisa, i giornalisti di stretta
osservanza berlusconiana sono più dei giornali che fanno capo
ad Arcore). Il compito immane è liberare il paese dal sortilegio
mediatico che, con grande bravura, Berlusconi e i suoi hanno imposto
al Paese. Il sortilegio è questo: ogni corteo che si mette in
strada per qualsiasi ragione o motivazione viene dirottato fra i nemici
di Prodi e persuaso che Prodi è il nemico. O almeno che non c’è
differenza fra Prodi e Berlusconi.
Persino la questione della «casta»,
che è supremamente rappresentata dalla vasta legione straniera
di ex, dentro le mura della Casa delle libertà, è stata
afferrata e trasformata con bravura in insulto continuo contro la coalizione
dell’Ulivo. Il vorace populismo berlusconiano riesce infatti a
impossessarsi di ogni accusa che lo riguarda per poi usarla con efficacia
contro l’avversario, come in un horror di fantascienza.
Aiuta, spesso, il silenzio del governo dell’Unione, e la loquacità
incontenibile - e ben sostenuta dai media- di Berlusconi e dai suoi
cloni. Aiuta la continua pioggia acida di annunci, premonizioni e celebrazioni
di crolli che finora non sono avvenuti. Aiuta un senso di solitudine
che è palpabile dove prima c’erano i militanti Ds.
* * *
Qualcosa è iniziato e farà differenza.
Cercherò di raccontarlo così: una voce chiara, che è
libera dagli assillanti, continui gravami di governo, parlerà
per la parte del Paese che si è messa in cammino verso la ricerca
necessaria, però un po’ folle, di una nuova politica. Quella
voce si impegna a non essere mai ambigua, mai ambivalente, mai schermata,
mai politichese.
Certamente non tutti, nella vivace e piena vita democratica a cui ci
aspettiamo di partecipare, saranno sempre d’accordo su tutto.
Non comincia una stagione di unanimismo, ma di partecipazione. Il requisito
è che il filo della comunicazione non si aggrovigli e non si
spezzi mai. Nelle vicende della politica è importante sapere
tutto in tempo, avere spazio per contribuire, tempo per dissentire.
. È molto più importante che non sapere, sapere dopo,
avere solo la possibilità di adeguarsi o staccarsi. In altre
parole, non è della voce unica che va in cerca il Pd ma della
voce chiara che mantenga sempre vivo il progetto e il disegno a cui
si lavora, così che la partecipazione, in tutte le sue forme,
sia possibile e sia cercata sempre. Così che le proposte si conoscano,
superando la barriera del blocco mediatico e del costante gioco al massacro.
Quel blocco e quel gioco si fondano sulla maledizione dei talk show,
quasi tutti una anomalia e una eccezione italiana rispetto a tutto il
mondo democratico. Infatti, solo in Italia i protagonisti eletti della
politica vengono esibiti come materiale di spettacolo, a volte con regole
truccate e con esiti pre-concordati, come hanno dimostrato le trascrizioni
di telefonate fra un noto giornalista tv e un noto leader politico di
destra.
Finisce da questo momento l’esclusiva di cui ha goduto fino ad
ora Berlusconi: decidere a quale gioco si gioca oggi, quale evento domina
la giornata, quale denuncia diventerà titolo nei due terzi dei
giornali e nei «lanci» di apertura dei Tg.
D’ora in poi - senza mai adottare lo stesso linguaggio che incoraggia
disprezzo - per ogni notizia falsa ci sarà una risposta precisa.
Finisce anche l’altra esclusiva: inventare, se occorre anche dal
niente (giornali e giornalisti complici non mancano) una «emergenza»
che costringe a tenere a bada per tutto il tempo i pitt-bull dalla Casa
delle libertà, con il loro carico di finte denunce, di numeri
falsi, di allarme fra i cittadini. In questi casi (che sono quasi quotidiani)
montagne di energie si sprecano, disperdendo intanto la guida e la credibilità.
Tutto ciò non può accadere se una grande forza politica
propone e conduce il suo disegno in modo che si rovesci la sequenza
che ha segnato per anni la politica italiana: dove si va, che cosa si
fa, di che cosa si discute, lo decide alla giornata, e secondo i propri
interessi, Silvio Berlusconi, da solo. O almeno, così è
stato fino ad oggi.
Ma la affollata assemblea di Milano, che annuncia la nascita del Pd,
disegna anche lo spazio e il profilo di un nuovo territorio politico,
o meglio inizia a tracciare quel disegno. Si può essere in ansia:
sarà abbastanza grande questo territorio? Sarà abbastanza
grande da accogliere quei milioni di cittadini che hanno detto in tutti
i modi la loro speranza, hanno portato nella nuova casa un carico di
storia e un carico anche più grande di motivazioni e di attesa?
La domanda riguarda il lavoro in corso, il lavoro che comincia adesso,
dopo la posa della prima pietra, dopo l’evento di sabato mattina.
Ha una grande importanza per svelare il volto del nuovo partito. È
importante affinché finisca il tipo di dichiarazione politica
che fa oscillare la nuova immagine tra centro (vecchio o nuovo) e sinistra,
non tanto nel senso ideologico del passato, quanto con riferimento agli
impegni fondamentali del neonato Pd: lavoro, scuola, protezione della
salute, precariato, pensioni, pace, Europa, difesa dello stato laico,
decisioni su Stato e mercato.
È importante perché consente alle forze politiche impegnate
nelle stesse battaglie e animate dalle stesse attese e tensioni, di
sapere bene, con evidenza e chiarezza, con chi si misurano, si confrontano,
si alleano. Più netto sarà il nuovo profilo, più
facile e naturale, ritrovarsi e capirsi, scoraggiando o rendendo inutile
la manovra e l’espediente come politica.
* * *
Il nostro Paese finora è stato sfortunato,
e la sua sfortuna continua persino quando è al lavoro un governo
onesto che sta alacremente riparando i danni peggiori. È il danno
di una politica che, quando non è avvelenata e non è teatro,
è troppo piccola. Qui sta la vera sfida accettata sabato mattina
dalla assemblea del Pd e dal suo segretario che ha assunto ieri il suo
impegno: allargare il cerchio, aprire i percorsi, sfondare l’assedio
di un nanismo claustrofobico, disegnare uno spazio politico molto più
ambizioso e più grande. Così grande da restituire le giuste
dimensioni ai personaggi della destra italiana, protezionista, corporativa
o non del tutto (non tutti) separata da un brutto passato. Sono dimensioni
piccole, sono figure bonsai che non compaiono neppure sul fondale europeo,
che non dovrebbero più essere in grado di tenere in ostaggio
il Paese Italia.
Tutto ciò potrà iniziare adesso, subito, un’ora
dopo l’investitura di Milano. Stando attenti a lasciar crescere
la nuova vita politica dalla parte giusta, dalla parte di chi finora
ha dato impegno, presenza, voto, stando attenti a non esibire di nuovo
nomenklature, come in un museo che non chiude mai. Questo è un
inizio, ed è bene che sia vissuto come un inizio da chi finora
ha lavorato alla costruzione nuova.
Furio Colombo, da l’Unità,
28 ottobre 2007

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